Quest’immagine, la “bike-selfie” di stamattina, continuiva a mettersi a testa in giù quando cercavo di caricarla… Buh, che strano ho pensato, ma poi ho capito. Mr.D ormai usa la bici più di me, l’ha portato a Sanremo (era in citttà durante il festival per Radio Italia) e si trova benissimo. Quindi dal mio mondo rovesciato, vi mando un augurio affettuoso a tutte le meravigliose donne del planet e ai nostri attenti maschi che, alla fine, believe it or not, ci ascoltano! 🙂 kiss.fili
Ma poi è tornato in sé mentre stava andando via… “…senti allora, per stasera ci pensi tu, la spesa, il vino? Dai prendi anche le mimose?” Ehhh… Pazienza, ci vuole tanta pazienza amiche. 😉


Letizia
E’ inutile: siete uno spasso assoluto! Se non ci foste, bisognerebbe inventarvi! 🙂
Questa foto, poi, è favolosa!
Ricambio di cuore il tuo affettuoso pensiero e mando un abbraccio a te e a tutte le compagne del Planet… e non perché oggi è il giorno che sappiamo, ma perché ho proprio voglia di abbracciarvi! Punto. 🙂
E ti/vi dedico queste bellissime parole del mio amato Oscar Wilde che ho letto proprio poco fa…
“La forza delle donne deriva da qualcosa che la psicologia non può spiegare. Gli uomini possono essere analizzati, le donne… solo adorate.”
Buon sabato! ❤️
laura
SIETE MITICI 🙂
AHAHAHAHHAH
KISS
PuroNanoVergine
Seguo il buon Oscar e vi mando un adorante affettuoso augurio.
Da un maschio “non praticante” 🙂
Laura L
Belli, belli, belli! E ho detto tutto…. No, non è vero: ricambio anch’io come Letizia il tuo bel pensiero e un bacione a tutte le amiche di Planetfil.
Buona continuazione.
Ale
che belli che siete!
http://duecuoriinpadella.blogspot.it/
Andrea
Ciao, in un periodo molto difficile per la mia vita lavorativa e personale, immagini come quelle di una famiglia che pedala felice e sorride, contribuiscono a far sperare e a tirare avanti nonostante tutto. Grazie, penso siate persone speciali, consapevoli della loro fortuna in un mondo ingiusto.
Mi ricordo sempre del gesto carino di Daniele quando, un giorno di anni fa a Cusago, acconsentì senza problemi a fare una foto a me e a dei miei amici, stanchi per aver organizzato il palio del paese…grande! E poi della volta volta che Filippa venne a comprare il primo casco da bici per Stella in via Pisanello, dove allora ero socio. Vi seguo quindi con affetto e vi saluto con un abbraccio.
Andrea
manupia
guardare le cose da un’altra prospettiva a volte può essere un vantaggio, e poi siete belli e sorridenti anche a testa in giù…
ricambio gli auguri a tutte quante …
baci 😉
manupia
veraB'
Abbraccio tutto il planet con le mani colme di fiori, baci profumati e sempre tanta gioia nel cuore…
Belli come il sole in qualsiasi posa, sopra/sotto/dx/sx !!!
baci veraB’
DB
I maschi ascoltano. I
Avevo 31 anni, l’estate si avvicinava ed ero stanco del mio disordine sentimentale che stava trasformandosi in disordine generale. Mi innamoravo perdutamente un paio di volte al mese, entravo e uscivo da situazioni complicate, alle volte entravo e non sapevo più uscire. Ero stanco dei fiumi di parole dette e soprattutto ascoltate. Fiumi di parole inutili, per lo più.
Dovevo riprendere contatto con la realtà e per questo accettai la proposta del mio amico Sasà di affittare per tutto l’anno una casa a Laurito, una minuscola frazione di Positano sulla via di Praiano, Amalfi e Ravello. La casa era a pochi metri dal celebre Hotel San Pietro ed aveva la stessa vista sulla splendida insenatura. In dodici mesi avremmo speso quello che costava una suite al San Pietro per pochi giorni.
Avevo confidato a Sasà i miei malumori e s’era fatto l’idea che dovessi profittare di agosto per starmene da solo e in pace. Mi ripeteva che non potevo permettermi il lusso di essere tanto vibratile e iperattivo. Come lui, avevo da lavorare e studiare e tanto altro di cui prendermi cura. A Laurito, per una trentina di giorni, avremmo fatto un bel mare, pasti regolari, belle dormite, buone letture e buona musica. Avremmo recuperato il lavoro arretrato e avremmo avuto la compagnia di buoni amici poiché le poche case sparse negli orti lì intorno erano abitate da persone di Napoli e di Roma che conoscevamo da anni.
Nella prima mattina del 3 agosto -con armi e bagagli- arrivai a Laurito. Avevo sparso false notizie sulla meta delle mie vacanze e avevo creato le condizioni per un periodo di isolamento. Sasà mi attendeva per il caffè che prendemmo in terrazza. Poi percorremmo la lunga scalinata scoscesa e sommersa da piante di ogni specie che da casa conduceva al mare. L’insenatura di Laurito aveva una piccola spiaggia, guardando il mare a destra c’era la pensione ‘Le Sirene’, a sinistra il ristorante ‘Da Adolfo’.
Il gruppo di amici era numeroso. Li conoscevo bene e sapevo che, presi uno per uno, erano persone garbate e civili. Però, messi insieme costituivano un gruppo. I gruppi sono di due tipi: il gruppo compatto e il gruppo disgregato. Quello compatto tende ad escludere il nuovo arrivato che non si mostri ansioso di conoscere tutte le regole, i codici, i linguaggi, i sottintesi, i detti e i contraddetti che regolano la vita del gruppo medesimo. Il gruppo disgregato è quello in cui ogni suo membro compete con gli altri per dimostrare che il nuovo arrivato sarà pure amico di tutti ma è, prima di ogni altro, amico suo e legato a lui da una speciale intesa. Il gruppo di amici di Laurito era, contemporaneamente, compatto e disgregato poiché soffriva di entrambe le forme di nevrosi collettiva. Invece, io parole inutili e inciuci da spiaggia non ne volevo. Volevo il mare, il sole, uno scoglio e il silenzio. Di tutto il resto mi importava poco o nulla. Stavo lì da un’ora e già pensavo ad accorgimenti che mi aiutassero a parlare e ascoltare lo stretto necessario.
L’insenatura di Laurito era collegata a Positano dal servizio di barche di Adolfo e delle Sirene. Profittai subito di quella comodità per allontanarmi. Il pretesto fu l’acquisto dei giornali.
DB
II
Arrivai alla spiaggia grande di Positano. Presi un lettino sul bagnasciuga e rimasi lì fino al pomeriggio inoltrato. Andai a fare una doccia e notai, a pochi metri, una donna molto bella, con un grande cappello di paglia e occhiali da sole. Mi ricordava un’attrice americana. Forse era davvero un’attrice oppure era una modella e, del resto, a Positano in quegli anni ne arrivavano a dozzine di donne del cinema, della moda e del bel mondo. La donna era in compagnia di altre persone, ma era distesa su una sdraio un po’ discosta. Mentre mi toglievo il sale di dosso vidi che quella singolare creatura, a mani nude, mimava il gesto di scattare una foto. Mi voltai per capire chi fingesse di fotografare, ma dietro di me c’era la parete di legno della doccia. Mi sembrò una trovata spiritosa, feci un gesto con la mano per dire: ”Lascia perdere, non merito tanto, non vale la pena”, lei ridendo continuò a ‘scattare’. Andai al bar e dopo qualche minuto mi raggiunse. Era brasiliana di Rio, di padre portoghese e madre italiana, si chiamava Cidinha, -diminutivo di Aparecida-, aveva la mia età, viveva a Roma da tre anni perché aveva sposato un italiano, era in vacanza con amici a Positano fino a Ferragosto, il marito era in montagna. Mi chiese se fossi di passaggio a Positano e le risposi che ero a Laurito per tutto il mese. Mi chiese dove abitassi quand’ero a Roma e appena dissi la zona esclamò con entusiasmo “Ma io abito in via del Casaletto !” che, effettivamente, è a cinque minuti di auto da casa mia. Mi sembrò che il destino si annunciasse con un segnale ambiguo: non capivo se era una promessa o una minaccia. Ero arrivato quella mattina e già ripartiva la giostra ? E la mia vacanza di riflessione e distensione ? Ero sorpreso, e forse già sedotto, dalla spontaneità di quell’incontro, dalla quieta naturalezza con cui ognuno dei due si rivolgeva all’altro. Ed ero stordito dalla sua cantilena lieve e ipnotica che avrei potuto ascoltare per ore, per giorni.
Mi diedi una scossa e la salutai. Non ci fu intesa per nuovi incontri.
Il mattino dopo, a Laurito, avevo trovato uno scoglio largo e liscio, un po’ appartato, sul lato sinistro dell’insenatura. Ero lì da qualche ora quando vidi arrivare un piccolo canotto di plastica. Dentro c’era Cidinha col suo cappello di paglia. L’aiutai a scendere e a tirare su il canotto. Con gli amici era andata a pranzo da Adolfo, aveva chiesto di me e le avevano indicato lo scoglio. Il canotto era di un bambino che in spiaggia attendeva e forse già piangeva Era venuta per dirmi che quella sera le andava di ballare. Le proposi il ‘Music on the rocks’, una discoteca scavata nella roccia e affacciata sulla spiaggia. Cidinha mi raccontò ancora qualcosa di sé con quella voce musicale e distante. Andò via, ma avrei voluto ascoltarla ancora.
A quei tempi ero un discreto ballerino, non so dove e quando avessi imparato, le occasioni erano rare, ma mi piaceva ballare e me la cavavo. La lasciai sulla pista del ‘Music’ , andai a prendere da bere e poi a sedermi davanti a lei per guardarla. Aveva un miniabito di camoscio o daino con le frange che da un lato era sopra il ginocchio e dall’altro saliva parecchio più su. Aveva orecchini e collana di malachite. I capelli castani e lisci toccavano il collo. Ballava con passi e gesti brevi, appena accennati, eppure capaci di mettere in moto ogni sua fibra.
Venne a sedersi e appoggiò la schiena su di me. Aveva ballato molto e aveva caldo, con una mano tirò su i capelli lasciando scoperto il collo. La accarezzai e sentii il sudore sulle spalle e sulla nuca. Si voltò e mi disse :”Tu vuoi le stesse cose che voglio io. Però….”. Sarei stato curioso di scoprire cosa io volessi davvero, ma non manifestai quella mia curiosità e le chiesi “Però ?”. “Però domani sera viene il mio ragazzo”. Ragazzo ? Il marito era retrocesso (o promosso) a ‘ragazzo’ ? “Ma non mi avevi detto che avevi un marito ?” Mi spiegò che sì, c’era il marito, ma che il matrimonio era in crisi da un anno, che pensava di separarsi e tornare a Rio, che il ragazzo era pure lui di Napoli, che si erano conosciuti cinque mesi prima e che ogni settimana andava a Roma per vederla, anche per mezz’ora soltanto. “ E figurati, va bene, ci mancherebbe, la mia era solo una carezza, non sto neppure facendoti la corte, ci siamo solo conosciuti e siamo usciti….”. Non dissimulavo, non ero deluso, sapere del ‘ragazzo’ mi aveva persino dato sollievo: vedevo spegnersi le luci di quel nuovo luna park fuori programma. Rimanemmo un bel po’ su quel divano, la sua schiena contro il mio petto. Emanava un profumo singolare, non acqua di colonia, forse l’effetto combinato di qualche unguento e del calore del corpo. E quella voce sottile e lenta che udivo nonostante il frastuono della discoteca. Ascoltavo in silenzio tutto quello che diceva: e qui e lì, e su e giù, il come il dove e il perché. Non mi stancavo delle sue parole, me ne sentivo avvolto soavemente. La accompagnai a casa. Mi chiese se il giorno dopo mi andava di fare una gita a Ravello, purché assicurassi il ritorno a Positano prima di sera. Naturalmente.
DB
III
Il mattino dopo, alle 10, ero di nuovo sotto casa sua. Si affacciò e mi chiese se prima di andare a Ravello poteva fare una doccia da me perché lì, all’improvviso, era andata via l’acqua. Quello era un classico dell’estate a Positano nei periodi di affluenza turistica, soprattutto se nei mesi precedenti aveva piovuto poco. Da me l’acqua c’era, le dissi di portare con sé il necessario e che Laurito era comunque sulla strada di Ravello. Uscì avvolta in un grande pareo colorato, il cappello di paglia, gli occhiali da sole e una borsa piena di cose.
Passammo da casa per la doccia, ma a Ravello quella mattina non andammo più. Per la prima e unica volta in vita mia fui grato alla siccità. Rimanemmo lì fino alle sei. Sasà era sceso presto in spiaggia e risalì poco prima di quell’ora. La casa era grande, silenziosa e per tutto il giorno inondata da una luce possente e calda, nonostante le tende e i battenti socchiusi. Cidinha aveva portato con sé le foto della casa di Rio, della famiglia, dell’azienda del padre, della pubblicità che aveva fatto per dei famosi cosmetici e per una compagnia aerea: vestita da hostess sembrava una ragazza molto bella ma ‘normale’. In realtà, non era affatto normale, nel senso che aveva dei tratti di eccentricità o di marcata originalità. I suoi racconti erano divertenti e avevano sempre una circolarità, diciamo così, perché si chiudevano intorno a un nucleo di senso che poteva valere per tutti e per ciascuno. Ancora una volta l’ascoltai a lungo e attentamente. Non persi neppure una sua parola.
Stavo per riportarla a casa quando ritornò il mio amico e coinquilino. Sasà ebbe il tempo di salutare Cidinha, di scambiare con lei qualche cortesia e di avvertirmi che quella sera il gruppo di amici andava a cena a Praiano in un ristorante con magnifica terrazza sul mare. Successivamente, a quel ristorante demmo il nome di ‘Museo del Luvero’ perché cucinavano solo quel pesce locale, il luvero, appunto, somigliante al dentice. In zona si pescava altro: pesce bandiera, pezzogne, ricciole, totani, ma in quel ristorante cucinavano solo il luvero e neppure il cuoco sapeva dire perché.
Quella sera Sasà ed io andammo a piedi a Praiano. Era una passeggiata di qualche chilometro. Il mio amico s’aspettava di vedere Cidinha. Giustificai l’assenza con generici impedimenti e difficoltà. “Bellissima, per carità, affascinante, ma per te -in questo periodo- è meglio così. O sbaglio ?” “Certo che è meglio così ! E’ una donna di qualità rarissime, ma la situazione è complessa e poi mi sa che tra un po’ torna in Brasile”.
Alle sei avevo riportato Cidinha a casa, in silenzio. Per tutto il tempo lei aveva guardato fuori del finestrino senza che ci fosse nulla da vedere perché il panorama era dall’altro lato, alla mia sinistra. Arrivati, c’era stato appena un saluto. Non una parola sul domani e neppure sul dopodomani. A me l’argomento sembrava risolto: quella pratica si era aperta tra i sorrisi, la spontaneità e la generosità e si era chiusa nel silenzio e nell’imbarazzo. Era un modo triste ma non infrequente. Però, mentre andavo a Praiano con Sasà, erano le nove di sera e una malinconia si andava impadronendo del mio stomaco. Il mio amico, con discrezione, aveva chiesto ma gli avevo detto solo una mezza verità.
Quella sera il gruppo di Laurito era attraversato da forti tensioni dialettiche. La discussione era caduta sui temi del meridionalismo e lì c’erano due specialisti di scuole opposte. Sapevo che avrei fatto bene a seguire il dibattito con attenzione, per me c’era da riflettere e imparare, ma non era la serata adatta. Sopra di me c’era la luna che rifletteva il suo raggio sull’acqua scura e mossa dal vento e davanti a me c’era il promontorio di Positano cosparso di mille punti luminosi. Pensavo che tra quelle luci e sotto quella stessa luna c’era Cidinha, odorosa e suadente come la sera prima e forse anche di più.
La discussione intanto era diventata accesissima, qualcuno stava addirittura alzando la voce, quando -di colpo- tutti fecero silenzio e guardarono verso la scala che dalle strada scendeva alla terrazza del ristorante. Un attimo dopo una mano mi sfiorò la spalla e sentii spandersi un profumo che conoscevo. Cidinha si sedette accanto a me. Era vestita come la sera prima. Le chiesi cosa ne fosse stato del suo ragazzo e mi rispose che si era presentato puntuale a casa sua, ma lei lo aveva rispedito a Napoli. “Ma come ? L’hai rimandato a Napoli ? E se n’è tornato così ? Ma tu cosa gli hai detto ?” , “ Gli ho detto: ho avuto un contrattempo “.
Pensai, tra me e me, che negli ultimi tempi dovevo essermi perso qualcosa. Che, probabilmente, ormai si diceva così: ho avuto un contrattempo. E che quella frasetta usata come una bacchetta magica bastasse a sciogliere tutti i grovigli dell’incostanza, del desiderio e della sensualità.
Lei continuò a spiegare, ad argomentare, a esporre le sue ragioni, con quella sua voce e quel suo tono distaccato, come se raccontasse la vita di altri o la trama di un film. Parlava e guardava le luci di Positano, voltandosi ogni tanto verso di me per assicurarsi che le guardassi insieme a lei e che pendessi, ancora una volta, dalle sue labbra.
E cos’altro potevo fare se non ascoltare la sua lenta, lunga e soave cantilena? E ascoltare e ascoltare ancora il suo ‘….e cicicì ….e cicicià….’ ?
DB
Credevo che l’8 marzo fosse oggi e volevo fare un modestissimo omaggio. Scusate il ritardo, la lunghezza e la banalità.
Filippa
Siamo stati noi ad ascoltare te caro DB, grazie per l’intimità e la sincerità di questo racconto. Possiamo abbonarci, un capitolo al giorno, per favore?
f.
DB
Cara Filippa,
anche di recente abbiamo parlato nel tuo blog -soprattutto con PNV- di ciò che occorre per passare dall’autobiografia alla letteratura. E qui vediamo la differenza tra uno che sa fare narrativa e uno che ha solo una buona memoria. Il primo estrae da un fatto l’essenza, il nucleo poetico e narrativo, e lo pone su un piano assoluto, che va oltre la realtà specifica, e in questo riesce ad essere conciso. Il secondo si limita a ricostruire minuziosamente il ricordo personale, ne verifica la correttezza e quando lo espone è fatale che risulti lungo. Nel primo caso vale il ‘succo’, mentre nel secondo ci si deve accontentare dell’autenticità e della chiarezza, quando va bene. Per estrarre il ‘succo’ ci vuole mestiere, pazienza e molto tempo. Per essere precisi nella ricostruzione di un ricordo non occorre niente di tutto questo e, come succede a me, questa specie di outing avviene molto velocemente.
In effetti il testo è molto lungo, hai ragione, ma quando ho letto “…ai nostri attenti maschi che, alla fine, believe it or not, ci ascoltano!…” ho esclamato:” Eccomi, presente !” perché in quell’istante mi è tornata alla mente la lunga e onorata carriera di ‘ascoltatore attento’. E quando mi ricordo qualcosa, poi, sono cavoli amari….
L’occasione da te fornita mi ha anche consentito di rivisitare tutta quella stagione di Laurito che durò tre anni, nel senso che rinnovammo l’affitto di quella casa dal 1983 fino al 1985. Più che mai è venuto fuori il ricordo di un’Italia piena di guai, ma ancora vitale e non ancora svuotata culturalmente e spiritualmente. La stessa Positano era molto interessante e -a suo modo- era uno specchio di quella realtà complessa e vivace. Oggi non ci vado quasi più. Ci sono stato a settembre per un matrimonio e mi sono intristito perché mi sembrava di essere a Desenzano sul Garda o a Riccione o uno dei tanti divertimentifici per vacanzieri di bocca buona.
Io credo che varrebbe la pena raccontare qualche storia di Laurito, di quel gruppo di amici, di Positano, di chi fu ospite di quella casa, dello stesso Sasà che era -ed è- una figura interessantissima e singolare.
Ma, come abbiamo appena visto, non basta la buona memoria: ce vo’ ‘nu ‘bbuono scrittore !
Grazie sempre per l’ospitalità e la pazienza. Un saluto caro a te e a tutti del blog !
DB
Filippa
Mi è invece sembrato ottimo, interessante e coinvolgente come testo e racconto, quindi continua pure a svuotare la memoria qui, sono felice di leggerti. (io invece ho una pessima memoria, impressionante…)
tanti abbracci. f
DB
Ti sembra ben scritto ? Sono molto contento di sentirtelo dire, ma rileggendo vedo che ci sarebbe da limare e rifinire meglio….Dovrei prendere l’abitudine di buttare giù qualcosa, metterlo da parte a decantare per un po’, rileggerlo, correggerlo e alla fine pubblicarlo nel blog.
Ma ti assicuro che per me è meno semplice di quanto possa sembrare.
Circa la tua scarsa memoria, credo che sia legata all’età che è giovane, vista anagraficamente, ma è addirittura giovanissima se si valuta la condizione una fisica e intellettuale di non comune ‘freschezza’.
Ti sembra di non ricordare mai nulla di ciò che hai vissuto perché vivi intensamente il presente e sei proiettata nel futuro. Invece, tra 10 o 20 anni, ti sembrerà naturale cominciare a voltare la testa indietro e ricorderai tutto quello che oggi ti sembra di aver dimenticato.
Tante affettuosità,
DB
Letizia
@DB: hai visto?! Te l’avevo detto, che i tuoi racconti amarcord sono apprezzati e degni di nota… e pensare che l’altro giorno hai preso le mie parole e il mio consiglio per un ‘affettuoso sfottò’… 😉
Io ho una memoria fuori dal normale, ma non potrei mai competere con te e la dovizia di particolari con cui scrivi…
Un caro saluto, spero che tu stia meglio!
DB
Cara Letizia,
tu e PNV mi suggerivate di raccogliere questi testi e pubblicarli, mi sembra di ricordare.
Questa sarebbe per me un’operazione troppo impegnativa e ambiziosa.
Raccogliere i ricordi, ricostruirli con buona precisione e buttare giù qualcosa come viene viene è invece un’operazione alla mia portata.
Sfrutto la mia ‘fonte di ispirazione’ come l’ottimo Sorrentino. Lui tiene Maradona e io tengo Filippa e le scintille del suo blog che hanno il potere di accendermi di tanto in tanto. Secondo me, io sto molto meglio di Sorrentino. Resta da vedere se Filippa non s’offende.
A proposito di Sorrentino e del suo bellissimo film (l’hai visto, poi ?), ieri dei miei vecchi amici mi hanno fatto notare che in più di un’occasione ho descritto in modo analogo certi ambienti romani che ho conosciuto e saltuariamente frequentato. Ricordavano certe mie descrizioni di fatti e persone e mi suggerivano di scrivere qualcosa. Se trovo il tempo, faccio leggere prima a voi quello che ne viene fuori.
La mano sta tornando lentamente alla normalità. Le costole, invece, peggiorano, nel senso che il dolore si è diffuso. Giovedì o venerdì mi faccio visitare da un ortopedico di Roma.
Grazie dell’interessamento.
Comunicazione di servizio.
Su Rai5 sta per iniziare “Tre sorelle” di Anton Cechov. Ci sono molti grandi attori italiani degli anni passati (Enrico Maria Salerno, lilla Brignone, Elena Zareschi, Salvo Randone, Gianni Santuccio, Giulio Bosetti e Ernesto Calindri).
Buona serata !
DB
Letizia
@DB: certo che ho visto il film, ma devo dirti che non mi è piaciuto. Lo so, è un film potente per molti versi e di questo abbiamo già parlato la settimana scorsa, ma non mi ha preso. Mi ha solo lasciato dentro un senso di vuoto e di aberrante desolazione, se posso usare questa espressione.
Ovviamente non ho nulla da dire su quel mostro di bravura che è Toni Servillo, così come sulla splendida fotografia e sulle immagini di una Roma incantevole.
DB
Cara Letizia,
avevo capito che non ti era piaciuto e per questo ho fatto la domanda. Ero curioso di sapere perché.
A me sembra, invece, che il senso di desolazione suscitato nello spettatore sia l’effetto necessario di uno dei valori del film. Il valore di essere un film di impegno civile o politico, come ormai si usa fare rarissimamente.
La crisi italiana è di natura sistemica e culturale, ci dice Sorrentino. In altri termini, è una crisi di tutta la società, generata dai comportamenti e dalle scelte culturali e politiche dei gruppi dirigenti, qui rappresentati in senso molto esteso. Quella che ritrae Sorrentino è classe dirigente, lavora nei giornali, nella TV, nel cinema, nel sistema dei media. Un demi-monde equivoco e mediocre che ha stabilito un’egemonia. Ed è realmente così, ci sono poche coloriture e pochi effetti caricaturali.
Ci viene dunque descritta la radice della crisi e ci viene anche indicata una possibile via d’uscita, sebbene sul piano individuale.
C’è pure da dire che questo film -più di altri- andrebbe visto a cinema e senza alcuna interruzione.
Buona giornata,
DB
Letizia
So quanto fosse chiaro il messaggio del film e di Sorrentino, e lì non ci piove, ma purtroppo non sono riuscita a ricredermi sui miei ‘sospetti’ iniziali. E ti assicuro che, anche se l’avessi visto al cinema, non avrei cambiato idea. Oh, che te devo di’? De gustibus…
DB
Cara Letizia,
ma io non volevo certo convincerti. Volevo capire le ragioni critiche.
http://www.youtube.com/watch?v=hlZtjvNxsIs
Buon pomeriggio !
DB
DB
I maschi ascoltano
IV
Faccio un passo indietro e torno alla serata al “Music on the rocks”.
Quello era il giorno del mio trentunesimo compleanno. Avevo appuntamento con Cidinha alle 9. Era ospite degli amici romani in una casa nella parte alta di Positano, all’incrocio tra la strada provinciale che viene da Sorrento e il senso unico che scende alla marina. Chi conosce Positano sa che bisogna rassegnarsi a pesanti camminate, impervie salite e precipitose discese, poiché lì tutto si svolge in verticale, tra scalinate e terrazze, fiato grosso e vedute spettacolari. Faceva caldo e per cenare scegliemmo ‘da Costantino’ che era vicino, un po’ più in alto, appena all’inizio della salita per Montepertuso, nome pittoresco che indica un piccolo agglomerato di case attaccate alla montagna e sovrastate da una grande roccia con un grande buco al centro.
Del mio compleanno non dissi nulla. Già non mi sembrava una gran notizia in sé e soprattutto non era quella la serata che avevo immaginato, ammesso e non concesso che all’epoca mi fermassi a immaginare come trascorrere i compleanni. Ero abituato ai capricci e agli scarti improvvisi del destino -a volte io stesso li avevo evocati e provocati- ma quella serata m’aspettavo di passarla altrove, con qualcun’altro e comunque non con una persona conosciuta il giorno prima. Persona di grande fascino, certo, ma questo non c’entrava. La nuova giravolta della sorte consigliava di non usare le parole che pensavo, a meno di rendere quelle parole rituali e vuote. Più volte, durante la cena, si affacciò lo sfizio di un brindisi augurale, ma rinunciai per non deviare su di me il corso di una conversazione che procedeva fluida sugli argomenti che più premevano all’amica di quelle ore. Ascoltavo i suoi racconti, ero immerso nel suo mondo e mi chiedevo se non dovessi chiamarla col nome di Aparecida e non usare il diminutivo. Infatti, consideravo ciò che mi stava davanti come un piccolo prodigio, come un’apparizione. Si rivelava ai miei occhi una madonna pagana e sensuale e tuttavia affabile come ogni madonna che si rispetti. Un’apparizione stupefacente e rasserenante nello stesso tempo.
Finimmo la cena e iniziammo la lunga discesa verso la marina di Positano. Ai tavoli del bar De Martino delle ragazze americane stappavano una bottiglia di spumante. Lo scoppio e le grida mi urlarono: e fallo ‘sto brindisi, alla buon’ora, per un augurio, non si sa di cosa ma sempre un augurio! Però doveva essere un brindisi ambulante, senza bicchieri e senza motivo apparente: più che altro, una bevuta fredda e frizzante per accompagnare l’ultimo tratto della camminata. Entrai nel bar e chiesi una bottiglia di spumante ghiacciato. “Abbiamo il Gancia e il Carpenè Malvolti”. “Il Carpenè Malvolti ? Ma ancora esiste ?”. Il barista, stupito del mio stupore, mi consegnò la bottiglia. L’uomo non poteva sapere che il Carpenè era lo spumante inteso da mio padre come bevanda obbligata col dessert in tutte le feste e le ricorrenze famigliari e che, quella notte a Positano, io tutto mi aspettavo meno che di ritrovarlo. Avevo dato per morto il vecchio Carpenè e l’avevo seppellito assieme agli oggetti impolverati dell’infanzia e dell’adolescenza: la torta, le candeline, l’applauso, gli auguri e tanta altra roba inutile. Quella bottiglia, invece, risorgeva dal buio e dalla polvere. Addirittura mi sembrò che contenesse l’eco, il riflesso della figura paterna. Riflesso che, partito da non si sa dove, giungeva fino a me, per caso e avventura proprio lì e proprio quella notte, dopo anni di distanza e di silenzio. Il filo sottile e luminescente di un tempo perduto, il tenue raggio che presto si spegne.
A Cidinha l’idea di quello spumante da passeggio piacque molto. Cercammo di sparare il tappo nella piscina illuminata di un albergo che stava sotto la strada, ma non ci riuscimmo, poi, continuando la discesa, ci passammo più volte la bottiglia che fu vuota ben prima di arrivare alla marina. Prima di abbandonarla in un cestino diedi un’occhiata all’etichetta giallina, nel caso contenesse, non dico un messaggio, ma un piccolo indizio utile: c’era scritto solo che era un prosecco extra dry di Conegliano. Forse fu lo spumante o forse un sesto senso da madonna pagana, ma Cidinha mi prese per mano mentre ero intento all’esame dell’etichetta e dei riflessi, degli echi, dei fili, dei raggi. In quel modo Cidinha stabilì una vicinanza nuova e disperse la nuvola di mosche che mi si stava cacciando nel cervello. Mi voltai per guardarla e capire cosa -alcol generoso o intuito sovrumano o altro ancora- l’avesse mossa. Aveva un profilo compunto, l’andatura insolitamente altera e il piccolo naso da ragazzina sempre più all’insù. I grandi occhi guardavano dritti davanti e non si voltavano verso di me, aveva intrecciato le dita con le mie e ritmicamente le stringeva più forte come un battito di cuore lento e vitale.
Ci capivo sempre meno e questo mi dispiaceva, ma con passi veloci avevamo percorso le ultime scalinate, avevamo attraversato la folla che a quell’ora di notte si stava adunando sulla marina ed eravamo arrivati al ‘Music on the rocks’.
DB
Lucy
Buona domenica anche se arrivo tardi da lavoro anche oggi giornata impegnativa in reparto , ho voluto trovare un min per scrivervi sul planet . Seguo radio Italia sul canale 70 e Daniele e super bravo poi adoro stare all aria aperta e la bici !! Oggi son 18 gradi qui da me esco ora per andare a pranzo ! Buona serata ed inizio settimana .. Con il sorriso ! Ciao filippa ! Lucy
Alessandra
Bellissimi questi auguri, cara Fili! I maschi ci ascoltano, è vero… ma solo se ci trovano interessanti. Grazie a DB per il racconto così pieno di suggestioni.
DB
Cara Alessandra,
se ti riferisci alla suggestione dei luoghi potresti dare un occhiata a queste immagini dell’insenatura di Laurito: c’è la barchetta che collega Laurito e Positano, c’è la trattoria di Adolfo (ora ci sono i figli), c’è la pensione Sirene, alle cui spalle si vede parte della gola coperta di vegetazione in cima alla quale c’era quella casa. Queste sono immagini recenti e confermo che, per fortuna, in trent’anni è cambiato poco, almeno nell’insenatura di Laurito.
Sono cambiati i frequentatori. Questo sì, purtroppo. Non c’è più il pubblico cosmopolita abituale a quei tempi. A parte Nureyev con la casa sull’Isola dei Galli, si notava molto la presenza di Leonard Bernstein -che possedeva una villa stupenda- e dei suoi ospiti. Lo stesso Franco Zeffirelli -che possedeva tre splendide ville tra loro collegate- assicurava presenze non ordinarie che contribuivano ad animare i pomeriggi e le serate di tutta Positano. Insomma, quello, molto più di Capri, era un posto di libertà e di incontri.
Tutto questo -ti assicuro- senza determinare prezzi folli e luoghi esclusivi…C’era il lusso dei grandi alberghi ( San Pietro, Sirenuse, Poseidon etc.) ma c’era una vita on the road (e on the beach) assai intensa, divertente e accessibile. E non è detto che non capitasse -nell’ammuina generale- qualche invito alle feste del San Pietro o del Poseidon….
Per una tua prossima visita a Napoli e dintorni, sono posti da tenere presenti, ma non a luglio e agosto.
http://www.bing.com/images/search?q=Da+Adolfo+Laurito&qpvt=Da+Adolfo+Laurito&FORM=IGRE#a
Alessandra
Caro DB, grazie nuovamente per le dritte. Mi verrebbe da dire una cosa molto banale, e cioè che quell’Italia che tu racconti davvero non esiste più… Belle le immagini, mi ispira particolarmente quella mozzarella su un letto di foglie di limone.
Viene una gran voglia di partire. Chissà che bella quella zona in primavera.
DB
Da Adolfo si mangiava benissimo. Soprattutto il pesce pescato dallo stesso Adolfo. Cose semplici, ma freschissime. Ci manco da qualche anno, ma la gestione è dei figli che sono dei bravi ragazzi e certamente cercano di tenere lo stesso standard.
Quello che temo sia cambiato radicalmente è il ‘pubblico’.
Nella ‘memoria’ di questa mattina parlo del bar De Martino (che adesso non c’è più) dove mi capitò di incontrare e chiacchierare a lungo con uno dei massimi poeti della ‘beat generation’, Gregory Corso, che era ospite di una comune amica, una pittrice americana che viveva da anni a Positano. Ricordo una bellissima serata. Incontri di quel tipo erano, però, la norma, a prescindere dalla notorietà dei personaggi. C’erano molte persone interessanti e che avevano qualcosa da dire. C’era in tutti l’attitudine (e l’umiltà) a riconoscere il valore e c’era voglia di confrontarsi con il nuovo, per imparare qualcosa e cercare di essere più ricchi di umanità.
Poi c’è stata la ‘desertificazione’ della vita civile, come giustamente tu osservi. Mi considero fortunato per aver vissuto la giovinezza e la prima maturità in anni ancora dotati di un senso.
In primavera la Penisola Sorrentina e la Costiera Amalfitana sono una cosa fantastica. C’è il mare e c’è la montagna. Se ti decidi, avvertimi. Ti darò un po’ di informazioni, spero utili, a partire da Napoli, ovviamente.
DB
DB
Cara Alessandra,
ieri ho dimenticato il link ad alcune immagini di Positano che richiamano le passeggiate primaverili.
Sono immagini di Nocelle che è la frazione più alta. Una volta ci si arrivava soltanto a piedi partendo da Montepertuso. Poi hanno fatto una strada e ora ci sono dei minibus. Ma questo è un sentito dire perché non ci vado da anni. Ricordo, invece, delle memorabili passeggiate. A piedi o con il bus, Nocelle è un luogo magico.
https://www.google.it/search?q=nocelle+positano&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ei=WHIhU-XpEMn8ywOx9IGgBQ&sqi=2&ved=0CAgQ_AUoAg&biw=1366&bih=655
DB
Alessandra
Caro DB,
che vista meravigliosa, un luogo davvero magico!
Grazie ancora per tutte queste preziose informazioni. Credo di avere la tua e-mail, nel caso si prospetti una gita ti scriverò senz’altro.
DB
Quella mail è sempre valida.
Dei conoscenti romani mi raccontavano di aver trascorso le vacanze di Capodanno a Positano.
Tra i ristoranti, ricordano con piacere Costantino, di cui parlo nella ‘quarta puntata’ degli ‘uomini che ascoltano’. Pare che il ristorante sia ancora buono.
DB