Cara fili…cosa succede hai messo il gatto sulla tastiera…come dice Lucianina,
non credo vuoi metterci a dura prova con la traduzione,finora
ho trovato:Vatten=acqua,annaffiare,bagnare ,diluviare…
Och=eccetera,a questo punto chiedo venia per favore ,dona a noi una bella traduzione,
anche se in tutto questo ho capito che c’è il blu’,ciao buona serata in bla(notte),ciao
cara Fili,
nel blu dipinto di blu…, uno dei miei colori preferiti!!
tu sei elegante e chic in ogni scatto e con qualsiasi abito!
hai un ‘eleganza innata, un portamento unico e inibitabile.
Devo dirti una cosa, mi è capitato di scrivere a persone “famose”, senza mai aver ricevuto una risposta, mentre tu sei sempre disponibile, rispondi prontamente e gentilmente.
parli della tua vita privata sempre con molta “riservatezza”, non sei mai volgare,dai ottimi consigli, esprimi tanta positività!!
non so se si tratta di una mera coincidenza, ma ho avuto occasione di comunicare con un artista che mi ha prontamente risposto con molta dolcezza e umiltà( anch’egli svedese).
il tuo stile è bellissimo , sono andata sul sito goldsign(non ho capito bene quale sia il modello che indossi .., me lo potresti indicare?) e anche dove si acquistano:
grazie bella Fili!!!
sei straordinariamente “umana” 😉
baci
Lisa
Ciaooo!
Felice di rileggerti, carissimo!
E spassoso come sempre, vedo… mi ha stupita lo stile diverso dal solito, sì, insomma rispetto ai tuoi normali post è decisamente ‘delicato’… ci siamo capiti… 😉
Un abbraccio!
@PNV
Eccoti finalmente! Non sai quanto è bello ritrovarti! Blu nel post di Filippa, blu nel tuo tenero racconto… e vedrai che qualche sprazzo di blu tornerà ad attraversare il cielo.
Mi aggiungo all’abbraccio di Leti. A presto 🙂
Sì Letizia, il racconto vuole essere ironico e in parte malinconico.
Non è tempo per il PNV scavezzacollo (tornerà, piano piano).
Abbraccio ricambiato!
Caro PNV,
ho appena letto il tuo delizioso raccontino. Era un po’ che non aprivo il tuo blog e mi ha fatto piacere leggere di nuovo qualcosa di tuo.
Per ragioni misteriose (ma se anche fossero palesi cambierebbe poco) mi viene voglia di raccontarti una mia cosetta personale. Per la precisione, un rimpianto.
Penso che certe volte sono utili pure i rimpianti e mi auguro che anche tu ne abbia qualcuno a disposizione, adesso.
Provo a buttare giù, come viene viene.
DB
Riassumendo in una sola espressione il rapporto con mia madre dico che è stato un rapporto di sfottò reciproco, di gioco, di ironia. Fino all’ultimo minuto e a dispetto di ogni circostanza. A cinque anni dalla sua morte, se cerco la sintesi di una storia che tuttora mi pervade, dico questo: siamo andati avanti ridendo e scherzando, nonostante il dolore che insieme abbiamo attraversato per lunghi tratti della vita comune.
Per mia madre lo scherzo, lo sfottò e l’ironia erano naturali. Era la più giovane di una famiglia di sei sorelle e due fratelli, un padre autoritario ma solo per finta e una madre assai amorevole e paziente. Una famiglia vivace, se non tempestosa, con caratteri esuberanti, molte primedonne e una vocazione complessiva al melodramma. Per mia madre l’unico modo di sopravvivere a quel teatro permanente era prenderla alla leggera e cercare in tutto il lato comico. Era nata nel ’31, napoletana, e per lei al melodramma domestico si era aggiunta la tragedia greca del fascismo, della guerra, dei bombardamenti, delle fughe, delle distruzioni. Da bambina aveva assistito più volte allo spettacolo della paura, degli eroismi e delle viltà. Per questo diceva di aver avuto “una buona scuola” e spesso concludeva che “questi (la generazione dei figli e dei nipoti) non si rendono proprio conto…”. In più, all’amaro disincanto della prima formazione, mia madre associava la calma sicurezza delle donne belle e il loro modo di guardare cose e persone con un distacco sorridente
Tra noi c’era tanto altro, ma direi proprio che il nostro ‘codice’ fosse quello della presa in giro costante e affettuosa. E tuttavia, per me lo sfottò non fu mai il pretesto per mancanze di riguardo, parole soverchie o toni sgarbati: mia madre è sempre stata la persona cui era dovuto un rispetto senza condizioni. Solo una volta uscii dal seminato e non me ne dimentico più.
Era una sera d’estate del 1972, mia madre ed io tornavamo a piedi dal ‘Posillipo’, il cinema del nostro quartiere. Locale d’epoca e un po’ scalcinato, a gestione familiare, moglie alla cassa con volpino isterico in braccio, marito al bar con gassose e ghiaccioli, in programma solo film in terza o quarta visione.
Avevamo visto “Sacco e Vanzetti” e, sulla strada di casa, discutevamo dell’interpretazione di Volontè e del suo monologo finale http://www.youtube.com/watch?v=7oObwJ23BdM . Io ci vedevo soprattutto l’orgogliosa rivendicazione politica e ideologica, mia madre, invece, vedeva la malinconia struggente dell’uomo vicino alla fine. La discussione era animata, io difendevo la mia tesi e mia madre difendeva la sua. Ad un certo punto me ne uscii con un “Ma tu non capisci niente…”. Mia madre si fermò, mi rispose “Non permetterti più” e troncò la discussione.
Eravamo davanti a Villa S., il cancello verde scuro delimitava l’ampio giardino con le palme, gli oleandri, le siepi di rose e di gelsomini. C’erano poche luci e nella penombra il volto di mia madre aveva un’espressione incredula e ferita. Non mi avrebbe rivolto la parola per una settimana: non era mai accaduto, né sarebbe accaduto mai in seguito.
Villa S. in quegli anni era ancora abitata dai discendenti dell’aristocratica famiglia il cui nome ricorreva tra le pagine gloriose e tragiche della Repubblica Napoletana del 1799 e del martirio di tanti animi generosi che seguì alla sua caduta. Quella degli S. era una famiglia di nobiltà antica e indossata senza alterigia dai suoi componenti. In particolare, dall’anziano Conte R.S., uomo dal bel portamento, candidi capelli lunghi e occhi celesti. Il Conte soleva scendere in città di buon mattino con il mezzo pubblico, il 140, confondendosi al popolo vile e intrattenendo conversazioni amabili persino con il sottoscritto, vile tra i vili e ancora giovanissimo studente. La liberalità del Conte era tale che egli acconsentisse a rispondere a curiosità sugli usi dell’aristocrazia napoletana e sulle regole dell’eleganza maschile di cui egli era magistrale esempio. Giacche di tweed o di lino, camicie azzurre o a righe con colletto bianco, cravatte, papillon, polsini, gemelli, cappelli di feltro o di tela, orologi da polso o da tasca, foulard sciarpe e fazzoletti, ghette, mocassini, gilet, bretelle, bastone, tabacchiera, monocolo…..Ogni mattina c’era un dettaglio, un accessorio, un oggetto da osservare e ognuno di essi aveva una ragione e una storia. Ogni mattina dall’anziano Conte calavano parole e gesti lievi sull’inizio della mia giornata. Però, come ogni cosa bella, quelle parole e quei gesti non durarono a lungo. All’inizio degli anni ’80 la grande villa, le due dépendance e il parco furono venduti e trasformati in un condominio di lusso. Il quartiere e la città stavano cambiando e non in meglio. Gente nuova venne ad abitare gli appartamenti. Il caso volle che io intrecciassi relazioni profonde con alcuni dei nuovi abitanti e che nella Villa S. avvenissero fatti tanto significativi da orientare il corso stesso della mia vita. Pertanto, è avvenuto che negli anni abbia varcato quel cancello e attraversato quel giardino mille volte, per mille ragioni e tra mille stati d’animo diversi. Eppure, accadimenti, emozioni, memorie e nuovi volti non si sono mai sovrapposti al volto di mia madre nella penombra, con il cancello e il giardino alle spalle.
Passo quasi ogni giorno davanti a Villa S.. Tutto è cambiato ma al mio sguardo tutto appare uguale. Anche il rimpianto per quelle stupide parole dell’estate del ’72.
@DB: bellissima e commovente testimonianza, una delle più belle che tu abbia scritto finora, forse perché parla della mamma e, si sa, quando si parla di un genitore, specialmente se non c’è più, gli episodi che tornano alla memoria si raccontano con un certo pathos.
La tua dovizia di particolari è sempre impressionante, mi sembra sempre di leggere la sceneggiatura di un film in cui riesco quasi a vedere i protagonisti in azione. 🙂
Un abbraccio!
Sei gentile, Letizia.
Il raccontino è venuto bene, considerando che -come sempre- è scritto di getto e in pochissimo tempo.
Un effetto cinematografico ? La verità è che la vita è un cinema, mia cara. Basta avere un po’ di interesse a ciò che ci circonda, di voglia di osservare il prossimo e di specchiarsi in esso. E, con un po’ di buona memoria, il gioco è fatto.
Ad un certo punto del racconto, quando parlavo del Conte, stavo partendo per la tangente e stavo descrivendo almeno un paio di altri personaggi del ‘140’ (l’autobus che per anni mi ha portato a scuola e all’università), però mi sono limitato, per brevità.
La composizione sociale di Posillipo di quegli anni andrebbe raccontata anche per vedere come col tempo si sia modificata.
Allora era un continuo mescolarsi di ‘alto e basso’, con rare soluzioni intermedie. L’alto era dato dagli aristocratici che abitavano le loro ville (ce ne sono tante e bellissime lungo i 5 chilometri della costa alta e verdeggiante). Il basso dagli abitanti di Marechiaro o del Casale che erano pescatori e contadini delle terrazze coltivate, degli orti e dei giardini che ancora oggi resistono all’assalto della speculazione edilizia. Pescatori e contadini portavano e portano tuttora i segni fisici e culturali della loro condizione (al Casale, ad esempio, si parla un dialetto specifico). Segni fisici e culturali inconfondibili.
Io me ne stavo ‘azzeccato’ al raffinatissimo Conte perché era un assai gradevole conversatore e mi insegnava molte cose, ma soprattutto perché era sempre profumatissimo.
Ah ecco ! Ieri ho dimenticato di parlare dei molti tipi di acqua di colonia che alternava secondo la stagione e il clima. Erano soprattutto inglesi e ricordo ancora i nomi……
Grazie per avermi/ci deliziata/e/i con questi nuovi dettagli! Giuro che, se dovessi un giorno tornare a Napoli, che non visito dal 1982, non potrei chiedere di meglio che avere una guida super speciale come te! 🙂
P.S. E facciamoli, ‘sti nomi, suvvia! 😉
22 maggio 2014 at 14:18
DB
Dall’82 ? E vvir’ e’ t’ mover’….(Datti una mossa).
Sarò lieto di mettermi a tua completa esposizzzione (così dicono i meglio intenzionati in un empito di entusiasmo).
Come ho già detto, consiglio una stagione fresca perché la città ha bisogno di essere girata in lungo e in largo, in anfratti oscuri e con poca aria. D’estate se more…
Vuoi sapere i nomi dei profumi o dei personaggi del 140 ?
I profumi inglesi erano Penhaligon, Taylori of Bond Street, Endinium, Quercus….
I personaggi erano: Caromimì, Pistuletta, Piciarone, A’ Valanzola, Macist’ l’omm’ cchiù pallist’, Bammenella, Arsenico e vecchi merletti, Bubù, Coker Spaniel, Brucelee, Pupatella, ‘O Prufessore, ‘O Farmacist’….e potrei continuare.
22 maggio 2014 at 15:29
Letizia
Aiutooooo! Macist’ mi fa letteralmente sbudellare dalle risate! (ma anche gli altri non scherzano!)
Certo che come date i soprannomi voi e i romani… non ce n’è per nessuno!!! 🙂
22 maggio 2014 at 15:35
DB
‘Macist’ ll’omm’ cchiù pallist’ era un marcantonio che giocava a pallanuoto nella Canottieri Posillipo e ‘se lo credeva assai’ (se la tirava). Raccontava sempre delle sue avventure erotiche, un po’ vere e un po’ esagerate. Comunque, aveva stufato tutti.
I veri belli tra noi c’erano, ma erano Lucio detto ‘O bbeleno pe’ ffemmene, Geggè ‘a statua e ‘O Chess e’ Guevara…
E’ vero che anche a Roma danno nomignoli simpatici, ma il romanesco è deboluccio e si presta per formulazioni elementari: er questo, er quello….
Caro PNV,
l’articolo di Saviano mi era sfuggito e mi ha fatto piacere leggerlo. Descrive bene l’uso dei soprannomi presso la società criminale. Tuttavia, l’uso dei soprannomi -e Saviano lo dice- è diffuso in tutti gli ambienti popolari.
Qui da noi si usa ancora affiggere dei manifesti quando muore qualcuno. Di recente a Mergellina ho visto l’annuncio mortuario di due ottagenuarie. C’era nome e cognome….., coniugata…., di anni… e sotto il soprannome. Una era ‘A Mariscialla, forse per il carattere deciso, l’altra ‘A Cafona, forse per l’origine non propriamente napoletana.
Qualche mese fa, si è tenuto il solenne funerale di un vecchio delinquente di Mergellina. Nel quartiere -che è un tutt’uno con Posillipo- non ci sono grandi organizzazioni, ma piccole bande gregarie delle bande del centro di Napoli o di Fuorigrotta. Però il morto godeva di un suo prestigio personale ed è stato onorato con grande fasto.
Si chiamava Antonio……ma per tutti era Totonno e’ Guacianella, deformazione di Acqua Cianella, un’antica fonte naturale che si trovava alle pendici della collina di Posillipo, nei pressi del Mausoleo di Virgilio.
La storia di Totonno descrive la mutazione del quartiere di cui parlavo l’altro ieri. Quest’uomo era un contadino, figlio di contadini, e coltivava orti e giardini nella campagna dell’Acqua Cianella. Agli inizi degli anni ’70 i proprietari del suolo vendettero ad un costruttore che con modi assai spicci si liberò dei contadini che lì vivevano e lavoravano da generazioni. Totonno che era giovane e impulsivo prese a mazzate il costruttore e fu denunciato. Processo, condanna, galera e -come spesso accade- avvio alla carriera criminale. Insomma, Totonno cambiò vita di colpo e da contadino divenne contrabbandiere di sigarette, di armi e di droga. E’ vero che Totonno nel cambio di vita ha visto dei soldi che da contadino se li poteva solo sognare, ma è entrato e uscito di galera sei o sette volte e ha fatto due figli delinquenti come lui e per giunta drogati.
Oggi, trovandosi a Mergellina, basta alzare lo sguardo per vedere quanto la bella iniziativa del costruttore abbia rotto le palle non solo a Totonno, ma anche a tutti noi. L’antica fonte non c’è più e neppure gli orti e i giardini terrazzati. Al loro posto due scatoloni di cemento armato, però vista mare.
P.S.
Anche stavolta un post di Filippa, come tutti gli altri etereo e pieno di grazia, è stato sfregiato dai miei interventi su argomenti grevi e del tutto fuori luogo. E’ meglio che per un po’ non mi faccio vedere…
DB,
il tuo racconto è come al solito godibilissimo e di ottima qualità
(e non sminuire le tue capacità ;-)) e rende bene
il rimorso per l’episodio che riporti, un rimorso
che comprendo in pieno.
A me è capitato più di una volta negli ultimi anni di avere
gesti scortesi (posso “consolarmi” se penso che le occasioni
nelle quali le ho mostrato il mio amore sono state di gran lunga più
numerose): purtroppo la quotidiana tensione e lo stress
accumulato nel seguirla mi hanno reso via via meno paziente 🙁
(mi feriva vedere come si ostinasse a non seguire, o a seguire
a fatica, i consigli che io e i medici le davamo per poter affrontare
nel migliore dei modi il Parkinson: il voler fare di testa propria
la portava purtroppo a soffrire, fisicamente, rendendo più
difficoltosa, talora complicata, l’assistenza).
Ho però anche l’orgoglio (parola forse fuori luogo) di aver
fatto tutto il possibile, riuscendoci, per averla vicino,
nella stessa casa (eravamo pronti, con la badante,
a intensificare l’assistenza nel caso fosse stata dimessa
dall’ospedale) perchè lei, giustamente, non avrebbe mai voluto
essere ricoverata in una casa di riposo.
p.s. come tua mamma, anche la mia era dotata di umorismo
e senso dell’ironia (oltre a una generosità d’animo
che non è facile trovare nelle persone)
Caro Moreno,
ero certo che di rimpianti tu ne avessi pochi e a buona ragione.
Mi sono permesso di parlare del mio per due motivi: in certi momenti ci si chiede sempre cosa si sarebbe potuto fare di più e meglio; anche i rimpianti entrano nel grande bagaglio di memorie che rendono sempre vicino chi non c’è più e quindi anche i rimpianti aiutano a proseguire il cammino.
Le case di riposo per anziani sono la cosa più malinconica del mondo….
Ciao Occhi Blu !!!
Caspita quando li vedo tutti insieme li vorrei tutti per ogni abbinamento !
Per il momento mi accontento dei miei tartarughini 399/500 😉 mi piacciono un sacco …
PNV e DB: due artisti della parola, due spiriti liberi che è sempre bello leggere.
Cosa succede quando vi leggo entrambi?
PNV + DB = Posso Navigare Veleggiando Dentro Baie.
Dentro baie ?
Stavolta mi prende una botta di nostalgia violenta perché mi fai ricordare che inauguravo la stagione balneare -sempre, anche con un tempo così e così- il primo maggio. Era un rito e una scaramanzia.
L’inaugurazione avveniva a Marechiaro, a 200 metri da casa, oppure nella ‘Baia dei due frati’, una delle tante discese a mare lungo la salita di Posilllipo, più o meno a metà.
Ci abitava, se così si può dire, il mio amico e compagno O.C. che per l’occasione prendeva la barca a remi del padre e mi portava a Preta Salata, una ‘chiana’ (uno scoglio di tufo liscio e lungo) piena di alghe dove in primavera era facile trovare ricciole e pezzogne. Un po’ pescavamo, un po’ facevamo i tuffi per spaventare i pesci… La chiana di Preta Salata era sotto Villa B. -una delle case aristocratiche più incredibili che esistano- abitata da ragazze e giovani signore dell’augusta famiglia. Una volta….
Qualche immagine per dare un’idea, anche se molto vaga, dei posti di cui parlo. Queste foto sono bruttissime, ma non so trovare di meglio.
Saluti a tutti !
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Letizia
Belle foto, bella tu in compagnia del tuo amato blu! Anzi, blå! 😉
Borsa stupenda!
naty
Cara fili…cosa succede hai messo il gatto sulla tastiera…come dice Lucianina,
non credo vuoi metterci a dura prova con la traduzione,finora
ho trovato:Vatten=acqua,annaffiare,bagnare ,diluviare…
Och=eccetera,a questo punto chiedo venia per favore ,dona a noi una bella traduzione,
anche se in tutto questo ho capito che c’è il blu’,ciao buona serata in bla(notte),ciao
Filippa
hhahah, ma dovete cliccare su quella riga per sentire la musica! 🙂
naty
e dai…devo dire che oggi ho conosciuto anche “Tomas Ledin “,grazie fili
Hahahahah,baci ,naty
Filippa
prego! 🙂
tina
Ciao Fili
bellissimi tu e il blu! Mi dici la marca dei tuo jeans ?
baci
tina
Filippa
Jeans brand http://www.goldsign.us 🙂 baci.f
lisa
cara Fili,
nel blu dipinto di blu…, uno dei miei colori preferiti!!
tu sei elegante e chic in ogni scatto e con qualsiasi abito!
hai un ‘eleganza innata, un portamento unico e inibitabile.
Devo dirti una cosa, mi è capitato di scrivere a persone “famose”, senza mai aver ricevuto una risposta, mentre tu sei sempre disponibile, rispondi prontamente e gentilmente.
parli della tua vita privata sempre con molta “riservatezza”, non sei mai volgare,dai ottimi consigli, esprimi tanta positività!!
non so se si tratta di una mera coincidenza, ma ho avuto occasione di comunicare con un artista che mi ha prontamente risposto con molta dolcezza e umiltà( anch’egli svedese).
il tuo stile è bellissimo , sono andata sul sito goldsign(non ho capito bene quale sia il modello che indossi .., me lo potresti indicare?) e anche dove si acquistano:
grazie bella Fili!!!
sei straordinariamente “umana” 😉
baci
Lisa
Filippa
Ciao! Grazie quanti complimenti!!! Ammetto, i miei jeans sono di qualche stagione fa… Online il brand si può comprare qui:
http://www.asos.com/women/a-to-z-of-brands/goldsign-jeans/cat/pgecategory.aspx?cid=14831&xr=1&mk=VOID&r=3
e anche qui:
http://www.shopbop.com/goldsign/br/v=1/2534374302025529.htm
baci! fili
PuroNanoVergine
Piccola coincidenza: l’ultimo racconto che ho inserito nel mio blog
parla di blu, di occhi blu e di due bimbi…
http://puronanovergine.blogspot.it/2014/05/strega-comanda-color.html
Un abbraccio
Moreno PNV
Letizia
Ciaooo!
Felice di rileggerti, carissimo!
E spassoso come sempre, vedo… mi ha stupita lo stile diverso dal solito, sì, insomma rispetto ai tuoi normali post è decisamente ‘delicato’… ci siamo capiti… 😉
Un abbraccio!
Tiziana
@PNV
Eccoti finalmente! Non sai quanto è bello ritrovarti! Blu nel post di Filippa, blu nel tuo tenero racconto… e vedrai che qualche sprazzo di blu tornerà ad attraversare il cielo.
Mi aggiungo all’abbraccio di Leti. A presto 🙂
PuroNanoVergine
Grazie Tiziana!
Sì, di sicuro tornerà il blu (non sarà custodito negli occhi
della protagonista del racconto, ma poco importa)
PuroNanoVergine
Sì Letizia, il racconto vuole essere ironico e in parte malinconico.
Non è tempo per il PNV scavezzacollo (tornerà, piano piano).
Abbraccio ricambiato!
DB
Caro PNV,
ho appena letto il tuo delizioso raccontino. Era un po’ che non aprivo il tuo blog e mi ha fatto piacere leggere di nuovo qualcosa di tuo.
Per ragioni misteriose (ma se anche fossero palesi cambierebbe poco) mi viene voglia di raccontarti una mia cosetta personale. Per la precisione, un rimpianto.
Penso che certe volte sono utili pure i rimpianti e mi auguro che anche tu ne abbia qualcuno a disposizione, adesso.
Provo a buttare giù, come viene viene.
DB
Riassumendo in una sola espressione il rapporto con mia madre dico che è stato un rapporto di sfottò reciproco, di gioco, di ironia. Fino all’ultimo minuto e a dispetto di ogni circostanza. A cinque anni dalla sua morte, se cerco la sintesi di una storia che tuttora mi pervade, dico questo: siamo andati avanti ridendo e scherzando, nonostante il dolore che insieme abbiamo attraversato per lunghi tratti della vita comune.
Per mia madre lo scherzo, lo sfottò e l’ironia erano naturali. Era la più giovane di una famiglia di sei sorelle e due fratelli, un padre autoritario ma solo per finta e una madre assai amorevole e paziente. Una famiglia vivace, se non tempestosa, con caratteri esuberanti, molte primedonne e una vocazione complessiva al melodramma. Per mia madre l’unico modo di sopravvivere a quel teatro permanente era prenderla alla leggera e cercare in tutto il lato comico. Era nata nel ’31, napoletana, e per lei al melodramma domestico si era aggiunta la tragedia greca del fascismo, della guerra, dei bombardamenti, delle fughe, delle distruzioni. Da bambina aveva assistito più volte allo spettacolo della paura, degli eroismi e delle viltà. Per questo diceva di aver avuto “una buona scuola” e spesso concludeva che “questi (la generazione dei figli e dei nipoti) non si rendono proprio conto…”. In più, all’amaro disincanto della prima formazione, mia madre associava la calma sicurezza delle donne belle e il loro modo di guardare cose e persone con un distacco sorridente
Tra noi c’era tanto altro, ma direi proprio che il nostro ‘codice’ fosse quello della presa in giro costante e affettuosa. E tuttavia, per me lo sfottò non fu mai il pretesto per mancanze di riguardo, parole soverchie o toni sgarbati: mia madre è sempre stata la persona cui era dovuto un rispetto senza condizioni. Solo una volta uscii dal seminato e non me ne dimentico più.
Era una sera d’estate del 1972, mia madre ed io tornavamo a piedi dal ‘Posillipo’, il cinema del nostro quartiere. Locale d’epoca e un po’ scalcinato, a gestione familiare, moglie alla cassa con volpino isterico in braccio, marito al bar con gassose e ghiaccioli, in programma solo film in terza o quarta visione.
Avevamo visto “Sacco e Vanzetti” e, sulla strada di casa, discutevamo dell’interpretazione di Volontè e del suo monologo finale http://www.youtube.com/watch?v=7oObwJ23BdM . Io ci vedevo soprattutto l’orgogliosa rivendicazione politica e ideologica, mia madre, invece, vedeva la malinconia struggente dell’uomo vicino alla fine. La discussione era animata, io difendevo la mia tesi e mia madre difendeva la sua. Ad un certo punto me ne uscii con un “Ma tu non capisci niente…”. Mia madre si fermò, mi rispose “Non permetterti più” e troncò la discussione.
Eravamo davanti a Villa S., il cancello verde scuro delimitava l’ampio giardino con le palme, gli oleandri, le siepi di rose e di gelsomini. C’erano poche luci e nella penombra il volto di mia madre aveva un’espressione incredula e ferita. Non mi avrebbe rivolto la parola per una settimana: non era mai accaduto, né sarebbe accaduto mai in seguito.
Villa S. in quegli anni era ancora abitata dai discendenti dell’aristocratica famiglia il cui nome ricorreva tra le pagine gloriose e tragiche della Repubblica Napoletana del 1799 e del martirio di tanti animi generosi che seguì alla sua caduta. Quella degli S. era una famiglia di nobiltà antica e indossata senza alterigia dai suoi componenti. In particolare, dall’anziano Conte R.S., uomo dal bel portamento, candidi capelli lunghi e occhi celesti. Il Conte soleva scendere in città di buon mattino con il mezzo pubblico, il 140, confondendosi al popolo vile e intrattenendo conversazioni amabili persino con il sottoscritto, vile tra i vili e ancora giovanissimo studente. La liberalità del Conte era tale che egli acconsentisse a rispondere a curiosità sugli usi dell’aristocrazia napoletana e sulle regole dell’eleganza maschile di cui egli era magistrale esempio. Giacche di tweed o di lino, camicie azzurre o a righe con colletto bianco, cravatte, papillon, polsini, gemelli, cappelli di feltro o di tela, orologi da polso o da tasca, foulard sciarpe e fazzoletti, ghette, mocassini, gilet, bretelle, bastone, tabacchiera, monocolo…..Ogni mattina c’era un dettaglio, un accessorio, un oggetto da osservare e ognuno di essi aveva una ragione e una storia. Ogni mattina dall’anziano Conte calavano parole e gesti lievi sull’inizio della mia giornata. Però, come ogni cosa bella, quelle parole e quei gesti non durarono a lungo. All’inizio degli anni ’80 la grande villa, le due dépendance e il parco furono venduti e trasformati in un condominio di lusso. Il quartiere e la città stavano cambiando e non in meglio. Gente nuova venne ad abitare gli appartamenti. Il caso volle che io intrecciassi relazioni profonde con alcuni dei nuovi abitanti e che nella Villa S. avvenissero fatti tanto significativi da orientare il corso stesso della mia vita. Pertanto, è avvenuto che negli anni abbia varcato quel cancello e attraversato quel giardino mille volte, per mille ragioni e tra mille stati d’animo diversi. Eppure, accadimenti, emozioni, memorie e nuovi volti non si sono mai sovrapposti al volto di mia madre nella penombra, con il cancello e il giardino alle spalle.
Passo quasi ogni giorno davanti a Villa S.. Tutto è cambiato ma al mio sguardo tutto appare uguale. Anche il rimpianto per quelle stupide parole dell’estate del ’72.
Letizia
@DB: bellissima e commovente testimonianza, una delle più belle che tu abbia scritto finora, forse perché parla della mamma e, si sa, quando si parla di un genitore, specialmente se non c’è più, gli episodi che tornano alla memoria si raccontano con un certo pathos.
La tua dovizia di particolari è sempre impressionante, mi sembra sempre di leggere la sceneggiatura di un film in cui riesco quasi a vedere i protagonisti in azione. 🙂
Un abbraccio!
DB
Sei gentile, Letizia.
Il raccontino è venuto bene, considerando che -come sempre- è scritto di getto e in pochissimo tempo.
Un effetto cinematografico ? La verità è che la vita è un cinema, mia cara. Basta avere un po’ di interesse a ciò che ci circonda, di voglia di osservare il prossimo e di specchiarsi in esso. E, con un po’ di buona memoria, il gioco è fatto.
Ad un certo punto del racconto, quando parlavo del Conte, stavo partendo per la tangente e stavo descrivendo almeno un paio di altri personaggi del ‘140’ (l’autobus che per anni mi ha portato a scuola e all’università), però mi sono limitato, per brevità.
La composizione sociale di Posillipo di quegli anni andrebbe raccontata anche per vedere come col tempo si sia modificata.
Allora era un continuo mescolarsi di ‘alto e basso’, con rare soluzioni intermedie. L’alto era dato dagli aristocratici che abitavano le loro ville (ce ne sono tante e bellissime lungo i 5 chilometri della costa alta e verdeggiante). Il basso dagli abitanti di Marechiaro o del Casale che erano pescatori e contadini delle terrazze coltivate, degli orti e dei giardini che ancora oggi resistono all’assalto della speculazione edilizia. Pescatori e contadini portavano e portano tuttora i segni fisici e culturali della loro condizione (al Casale, ad esempio, si parla un dialetto specifico). Segni fisici e culturali inconfondibili.
Io me ne stavo ‘azzeccato’ al raffinatissimo Conte perché era un assai gradevole conversatore e mi insegnava molte cose, ma soprattutto perché era sempre profumatissimo.
Ah ecco ! Ieri ho dimenticato di parlare dei molti tipi di acqua di colonia che alternava secondo la stagione e il clima. Erano soprattutto inglesi e ricordo ancora i nomi……
DB
Letizia
Grazie per avermi/ci deliziata/e/i con questi nuovi dettagli! Giuro che, se dovessi un giorno tornare a Napoli, che non visito dal 1982, non potrei chiedere di meglio che avere una guida super speciale come te! 🙂
P.S. E facciamoli, ‘sti nomi, suvvia! 😉
DB
Dall’82 ? E vvir’ e’ t’ mover’….(Datti una mossa).
Sarò lieto di mettermi a tua completa esposizzzione (così dicono i meglio intenzionati in un empito di entusiasmo).
Come ho già detto, consiglio una stagione fresca perché la città ha bisogno di essere girata in lungo e in largo, in anfratti oscuri e con poca aria. D’estate se more…
Vuoi sapere i nomi dei profumi o dei personaggi del 140 ?
I profumi inglesi erano Penhaligon, Taylori of Bond Street, Endinium, Quercus….
I personaggi erano: Caromimì, Pistuletta, Piciarone, A’ Valanzola, Macist’ l’omm’ cchiù pallist’, Bammenella, Arsenico e vecchi merletti, Bubù, Coker Spaniel, Brucelee, Pupatella, ‘O Prufessore, ‘O Farmacist’….e potrei continuare.
Letizia
Aiutooooo! Macist’ mi fa letteralmente sbudellare dalle risate! (ma anche gli altri non scherzano!)
Certo che come date i soprannomi voi e i romani… non ce n’è per nessuno!!! 🙂
DB
‘Macist’ ll’omm’ cchiù pallist’ era un marcantonio che giocava a pallanuoto nella Canottieri Posillipo e ‘se lo credeva assai’ (se la tirava). Raccontava sempre delle sue avventure erotiche, un po’ vere e un po’ esagerate. Comunque, aveva stufato tutti.
I veri belli tra noi c’erano, ma erano Lucio detto ‘O bbeleno pe’ ffemmene, Geggè ‘a statua e ‘O Chess e’ Guevara…
E’ vero che anche a Roma danno nomignoli simpatici, ma il romanesco è deboluccio e si presta per formulazioni elementari: er questo, er quello….
DB
PuroNanoVergine
Di recente ho letto questo articolo di Saviano sui soprannomi
dati ai boss della camorra:
http://www.repubblica.it/cronaca/2014/05/13/news/soprannomi_bandiera-85976321/
DB
Caro PNV,
l’articolo di Saviano mi era sfuggito e mi ha fatto piacere leggerlo. Descrive bene l’uso dei soprannomi presso la società criminale. Tuttavia, l’uso dei soprannomi -e Saviano lo dice- è diffuso in tutti gli ambienti popolari.
Qui da noi si usa ancora affiggere dei manifesti quando muore qualcuno. Di recente a Mergellina ho visto l’annuncio mortuario di due ottagenuarie. C’era nome e cognome….., coniugata…., di anni… e sotto il soprannome. Una era ‘A Mariscialla, forse per il carattere deciso, l’altra ‘A Cafona, forse per l’origine non propriamente napoletana.
Qualche mese fa, si è tenuto il solenne funerale di un vecchio delinquente di Mergellina. Nel quartiere -che è un tutt’uno con Posillipo- non ci sono grandi organizzazioni, ma piccole bande gregarie delle bande del centro di Napoli o di Fuorigrotta. Però il morto godeva di un suo prestigio personale ed è stato onorato con grande fasto.
Si chiamava Antonio……ma per tutti era Totonno e’ Guacianella, deformazione di Acqua Cianella, un’antica fonte naturale che si trovava alle pendici della collina di Posillipo, nei pressi del Mausoleo di Virgilio.
La storia di Totonno descrive la mutazione del quartiere di cui parlavo l’altro ieri. Quest’uomo era un contadino, figlio di contadini, e coltivava orti e giardini nella campagna dell’Acqua Cianella. Agli inizi degli anni ’70 i proprietari del suolo vendettero ad un costruttore che con modi assai spicci si liberò dei contadini che lì vivevano e lavoravano da generazioni. Totonno che era giovane e impulsivo prese a mazzate il costruttore e fu denunciato. Processo, condanna, galera e -come spesso accade- avvio alla carriera criminale. Insomma, Totonno cambiò vita di colpo e da contadino divenne contrabbandiere di sigarette, di armi e di droga. E’ vero che Totonno nel cambio di vita ha visto dei soldi che da contadino se li poteva solo sognare, ma è entrato e uscito di galera sei o sette volte e ha fatto due figli delinquenti come lui e per giunta drogati.
Oggi, trovandosi a Mergellina, basta alzare lo sguardo per vedere quanto la bella iniziativa del costruttore abbia rotto le palle non solo a Totonno, ma anche a tutti noi. L’antica fonte non c’è più e neppure gli orti e i giardini terrazzati. Al loro posto due scatoloni di cemento armato, però vista mare.
P.S.
Anche stavolta un post di Filippa, come tutti gli altri etereo e pieno di grazia, è stato sfregiato dai miei interventi su argomenti grevi e del tutto fuori luogo. E’ meglio che per un po’ non mi faccio vedere…
PuroNanoVergine
DB,
i tuoi commenti sono tutto tranne che grevi e fuori luogo
(e secondo me lo sai pure tu :-))
Grazie per aver riportato la storia di Totonno e’ Guacianella!
PuroNanoVergine
DB,
il tuo racconto è come al solito godibilissimo e di ottima qualità
(e non sminuire le tue capacità ;-)) e rende bene
il rimorso per l’episodio che riporti, un rimorso
che comprendo in pieno.
A me è capitato più di una volta negli ultimi anni di avere
gesti scortesi (posso “consolarmi” se penso che le occasioni
nelle quali le ho mostrato il mio amore sono state di gran lunga più
numerose): purtroppo la quotidiana tensione e lo stress
accumulato nel seguirla mi hanno reso via via meno paziente 🙁
(mi feriva vedere come si ostinasse a non seguire, o a seguire
a fatica, i consigli che io e i medici le davamo per poter affrontare
nel migliore dei modi il Parkinson: il voler fare di testa propria
la portava purtroppo a soffrire, fisicamente, rendendo più
difficoltosa, talora complicata, l’assistenza).
Ho però anche l’orgoglio (parola forse fuori luogo) di aver
fatto tutto il possibile, riuscendoci, per averla vicino,
nella stessa casa (eravamo pronti, con la badante,
a intensificare l’assistenza nel caso fosse stata dimessa
dall’ospedale) perchè lei, giustamente, non avrebbe mai voluto
essere ricoverata in una casa di riposo.
p.s. come tua mamma, anche la mia era dotata di umorismo
e senso dell’ironia (oltre a una generosità d’animo
che non è facile trovare nelle persone)
DB
Caro Moreno,
ero certo che di rimpianti tu ne avessi pochi e a buona ragione.
Mi sono permesso di parlare del mio per due motivi: in certi momenti ci si chiede sempre cosa si sarebbe potuto fare di più e meglio; anche i rimpianti entrano nel grande bagaglio di memorie che rendono sempre vicino chi non c’è più e quindi anche i rimpianti aiutano a proseguire il cammino.
Le case di riposo per anziani sono la cosa più malinconica del mondo….
DB
Filippa
@PNV @DB bellissimi racconti, grazie! fili
PuroNanoVergine
Grazie Filippa!
veraB'
Ciao Occhi Blu !!!
Caspita quando li vedo tutti insieme li vorrei tutti per ogni abbinamento !
Per il momento mi accontento dei miei tartarughini 399/500 😉 mi piacciono un sacco …
bacio
veraB’
giu
PNV e DB: due artisti della parola, due spiriti liberi che è sempre bello leggere.
Cosa succede quando vi leggo entrambi?
PNV + DB = Posso Navigare Veleggiando Dentro Baie.
Letizia
Mitico Giu! 🙂
PuroNanoVergine
Grazie Giu (troppo buono, perlomeno per il sottoscritto ;-))
DB
Dentro baie ?
Stavolta mi prende una botta di nostalgia violenta perché mi fai ricordare che inauguravo la stagione balneare -sempre, anche con un tempo così e così- il primo maggio. Era un rito e una scaramanzia.
L’inaugurazione avveniva a Marechiaro, a 200 metri da casa, oppure nella ‘Baia dei due frati’, una delle tante discese a mare lungo la salita di Posilllipo, più o meno a metà.
Ci abitava, se così si può dire, il mio amico e compagno O.C. che per l’occasione prendeva la barca a remi del padre e mi portava a Preta Salata, una ‘chiana’ (uno scoglio di tufo liscio e lungo) piena di alghe dove in primavera era facile trovare ricciole e pezzogne. Un po’ pescavamo, un po’ facevamo i tuffi per spaventare i pesci… La chiana di Preta Salata era sotto Villa B. -una delle case aristocratiche più incredibili che esistano- abitata da ragazze e giovani signore dell’augusta famiglia. Una volta….
Grazie e buona giornata !
DB
DB
Qualche immagine per dare un’idea, anche se molto vaga, dei posti di cui parlo. Queste foto sono bruttissime, ma non so trovare di meglio.
Saluti a tutti !
https://www.google.it/search?q=la+costa+di+posillipo+vista+dal+mare&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ei=0cN9U-yrOaSQ4gTDnoCoDg&ved=0CAYQ_AUoAQ&biw=1280&bih=667