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pigro

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Non sono cresciuta, per ovvi motivi, con la poesia di Pino Daniele, ma appena arrivata mi ha rapita con la sua voce e ho ascoltato spesso la sua musica. Ho dei ricordi personali legati alla canzone Pigro. E voi, avete ricordi o canzoni preferiti da proporre qui?

Mi dispiace molto. Ciao Pino.

  • PuroNanoVergine

    Lo ricordo a Monza, allo stadio, nel tour con Jovanotti ed Eros Ramazzotti (metà anni ’90).
    Ricordo gli applausi sulle parole di “O’Scarrafone” (“questa Lega è una vergogna,
    noi crediamo alla cicogna e corriamo da mammà”) in tempi di Lega Nord rampamte
    e in rapida ascesa.

    Fra le sue canzoni scelgo questa:

    https://www.youtube.com/watch?v=xuLMPX8PwIU

    5 January 2015 at 18:36 Reply
  • manupia

    per motivi sconosciuti a 15/16 anni mi ero mezza invasata di Pino e ascoltavo sempre Aspetta che chiove …. mi piaceva da morire …. spiccerà a tanti. Ciao Pino 🙁

    5 January 2015 at 19:14 Reply
  • stefania

    io ho vissuto una parte della mia vita ascoltando Pino, il Pino incazzato della vita, quello che cantava una Napoli millecolori come solo un napoletano verace sa fare … quanti ricordi e quanti concerti! Ha fatto conoscere una Napoli diversa, piena di luci e senza scandali. Per me oggi era già una gironata triste, adesso forse lo è un po’ di più…

    la mia canzone del cuore è:
    https://www.youtube.com/watch?v=fkY4d9ICE9w

    6 January 2015 at 01:40 Reply
  • giu

    Ho imparato a far vibrare qualche corda di una sgangherata chitarra sulle none di Pino,
    e la musica che lascio qui è quella che più mi piace, struggente, malinconica, dolcissima:
    https://www.youtube.com/watch?v=32puExGLumg
    ciao, giu

    6 January 2015 at 16:12 Reply
  • Claudia Oliveri

    Io da adolescente sono cresciuta ascoltando un napoletano diverso da Pino …Edoardo Bennato ..ma ho sempre riconosciuto a Pino Daniele le capacità musicali e di grande sensibilità umana è un ironia fine è costruttiva ….sapeva descrivere Napoli e la sua gente quasi come un regista cinematografico (non a caso era amicissimo di Troisi) …le mie canzoni del cuore sono poesie che trasudano profumi dalla musica
    Napul’é
    Quando chiove

    6 January 2015 at 18:53 Reply
  • DB

    Conosco poco la musica di Pino Daniele perché non frequento quel genere musicale, come non frequento tutta la musica di consumo, quella che ascoltiamo -volenti o nolenti- da mattino a sera, alla radio, in tv e in tutti i luoghi pubblici. Tuttavia, da quel poco che conosco, posso apprezzare il valore di originale fusione tra la tradizione popolare napoletana e la musica afroamericana. E so – o credo di sapere- come e dove nascono le canzoni di Pino Daniele, canzoni fatte di musica poggiata saldamente su un testo e su un timbro vocale singolare.
    Le canzoni di Daniele nascono in un contesto musicale e culturale preciso di cui -anche in questi ultimi giorni- abbiamo avuto una bella antologia: il film ‘Passione’ di John Turturro di cui altre volte ho parlato qui. E proprio lo scorso venerdì Rai5 lo ha replicato.
    Il film ‘Passione‘ si chiude con ‘Napul’è’.
    Questa canzone di Daniele contiene una frase che a mio avviso descrive bene il Daniele poeta e cantore della città e ci riporta al ‘dove’ della sua musica: quello che è chiamato il ‘centro storico’ di Napoli, ma che per me resta definibile come Napoli, ‘la città’, distinta dai suoi quartieri residenziali e dalle sue periferie.
    La frase è: “…Napul’è ‘na cammenata int’ ‘e viche ‘mmiez’all’ ate….”.
    Questa frase si potrebbe tradurre con ‘Napoli è una passeggiata tra i vicoli e la gente’, ma non si renderebbe l’idea di ciò che a Napoli sono la passeggiata, i vicoli e la gente. E, ancora di più, di ciò che erano quaranta o cinquanta anni fa, quando un Daniele bambino e poi ragazzo li abitava, li percorreva e li viveva.
    Parlo con cognizione di causa perché sono nato a Santa Maria di Costantinopoli e lì sono stato bambino e adolescente. Daniele, negli stessi anni, è nato e cresciuto tra Santa Maria La Nova e San Giovanni Maggiore Pignatelli. Luoghi che si trovano a poche centinaia di metri e sono parte di un identico tessuto.
    Lì, in quelle strade e tra quella gente, ‘a cammenata aveva il valore –e ancora lo ha- di un viaggio di formazione poiché tutto ciò che si offriva alla vista, all’udito, all’olfatto era didattico, spiegava, illustrava, insegnava. Tutto serviva a vedere il solco profondo tra la dura realtà della vita quotidiana e la volontà di una vita che si svolgesse –nonostante tutto- sotto il segno una identità controversa e insopprimibile.
    Pier Paolo Pasolini, nel 1976, girò a Napoli, nella ‘città’, uno dei suoi film più importanti, il ‘Decamerone’. Mentre era qui diede un’intervista e disse questo:
    “Napoli è stata per molti secoli una grande capitale, centro di una particolare civiltà; ma strano, ciò che conta non è questo.
    Invece, io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare.
    Questa tribù ha deciso –in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte– di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.
    La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) e per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando ‘altra’. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno; quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati).
    I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili.”

    Pino Daniele era uno della tribù. Poi se n’era andato, aveva lasciato la città e la tribù, come tanti. Però, si racconta che di nascosto, di notte, tornasse qui, nei vicoli, pe’ se fa’ ‘na cammenata.

    7 January 2015 at 11:08 Reply
  • giu

    DB, che bel racconto!
    Ho avuto la fortuna di trovarmi a Napoli alcune volte, in un passato ormai lontano, per motivi di lavoro. Ho sempre approfittato di quei brevi soggiorni per regalarmi qualche momento in più, magari prendendomi qualche giorno o qualche ora di ferie, per godermi un po’ la città e la sua gente.
    Ricordo con piacere le passeggiate nel cuore della città, i suoi ristoranti, i suoi rumori, le venditrici di sigarette di contrabbando, l’auto noleggiata (un’Alfa 75 tutta rossa targata Milano) perennemente parcheggiata in quarta fila in Riviera di Chiaia, con le chiavi consegnate al simpatico parcheggiatore abusivo di turno.
    E poi, il concerto di clacson delle auto che, specialmente all’ora di punta, mi accompagnavano al lavoro, ed il vigile che, con solerzia, sollecitava l’attraversamento dell’incrocio col semaforo rosso, mentre avvisava di fare attenzione col verde. Per non parlare dei percorsi fatti in auto sulle rotaie del tram, teoricamente riservate… Per un milanese, affrontare tutto questo è stato uno shock il primo giorno, ed un piacere per tutti i giorni a seguire.
    E ancora, le code che si creavano perché due conducenti si riconoscevano e non potevano reprimere l’istinto di arrestare i rispettivi automezzi e scendere per scambiarsi affettuosi saluti, corredati, ovviamente, da tutta una serie di richieste di informazioni sulla salute di ogni membro del rispettivo parentado.
    Ma il mio ricordo più vivo risale a quando, durante la mia attività presso un noto istituto bancario, il centralinista, persona amabilissima, che lavorava a pochi passi da me, veniva ogni quarto d’ora ad affermare “dottò, vuò o cafè!”: notare che non si trattava di una domanda, bensì di una affermazione atta semplicemente a sincerarsi che non fossi troppo occupato in qualche attività manuale che impedisse la fruizione della suddetta bevanda. Si noti che la napoletana (il bricco del caffè) era perennemente sul fornello pronta ad ogni evenienza.
    Buona giornata, giu

    7 January 2015 at 15:43 Reply

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